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ultima modifica: Super amministratore   16/09/2013

PALAZZO GIARDINO

 

Il "Casino", detto comunemente Palazzo Giardino, è una modesta costruzione dall'aspetto rustico, posta tra la galleria e il "Corridor piccolo". Fu edificato prima del 1580 e terminato nel maggio del 1588, per essere la residenza privata e il luogo dell'otium del duca.
L'esterno, coronato da un prezioso cornicione in quercia scolpito nel 1583, fu dipinto nel maggio del 1588 a motivi geometrici come i palazzi dell'antica strada Giulia, l'attuale via Vespasiano Gonzaga. L'interno fu decorato dall'equipe di artisti coordinati da Bernardino Campi tra il 1582 e il 1587



Attraverso uno scalone di marmo il visitatore giunge al piano nobile nel Camerino dei Cesari. Sulla parete di fondo è raffigurata Roma Trionfante con la Vittoria alata nella mano destra affiancata da due barbari in cippi mentre, a lato della finestra, è rappresentata la Fama. Alle pareti lunghe, in un finto peristilio, sono effigiati sei imperatori. Il piccolo ambiente è sovrastato da due volte a crociera, decorate a grottesche, raccordate da una piccola volta a botte su cui è raffigurato un putto che suona i cimbali.
Si entra poi nella Camera di Filemone e Bauci. Al centro della volta vi è un riquadro con un genio alato reggente lo stemma ducale affiancato da due gru e da due leoni, simbolo di vigilanza e fortezza. Un tempo al suo posto era dipinta una Leda e il cigno immersi in un lussureggiante paesaggio. Le cornici in stucco furono modellate da Giovan Francesco Bicesi detto Fornarino, mentre le grottesche delle vele e le quattordici lunette, rappresentanti la favola mitologica di Filemone e Bauci tratta dalle Metamorfosi di Ovidio, furono dipinte da Bernardino Campi. Alle pareti lunghe sono raffigurati il circo Massimo e il circo Flaminio e tra le finestre, verso la piazza, è effigiata una prospettiva urbana che rimanda alla scena del teatro. Nel 1584 la camera era dotata di un camino in marmo.


La Camera dei Miti è coperta da una volta a padiglione divisa in cinque riquadri. Essi sono contornati da un'elaborata cornice in stucco modellata e dorata da Martire Pesenti. Gli episodi mitologici al loro interno furono dipinti da Bernardino Campi. In quello centrale Filira è amata da Saturno sotto forma di cavallo mentre Cupido dorme all'ombra di un lauro. Nei quattro ovati intorno si riconoscono le favole mitologiche di Dedalo e Icaro, Aracne e Minerva, la Caduta di Fetonte e la Punizione di Marsia. Nella parte alta delle pareti si alternano mensole, sulle quali erano posti busti antichi, a riquadri in cui sono dipinte imprese gonzaghesche. Il catino allungato sopra la finestra ospitava un Cupido dormiente in marmo, oggi conservato nel Museo della Città a Palazzo San Sebastiano di Mantova. Nella parte bassa del fregio alcune figure femminili alate, alternate ad aquile, reggono ricchi festoni di fiori e di frutti dipinti con grande realismo dal pittore sabbionetano Giovanni Bresciani, collaboratore di Campi. Nel 1773 per volere dell'amministrazione austriaca, furono scrostati i rivestimenti in marmo nella parte bassa delle camere e divelto il pavimento della Camera dei Miti. Questi materiali furono impiegati per riqualificare alcuni ambienti del palazzo Ducale di Mantova.
Attraverso un piccolo corridoio decorato a fresco con scene del mito di Orfeo si entra nello Studiolo del duca. Un intimo ambiente quadrato, magnificamente decorato. Al suo interno vi lavorarono contemporaneamente tutti i maestri della bottega di Bernardino Campi. La cornice in stucco dorato, che compartisce la piccola calotta in numerose losanghe, fu realizzata dal Fornarino e da Martire Pesenti. Gli ovali con le virtù cardinali, le quattro formelle alla base con allegorie di fiumi, i quattro mascheroni a finto bronzo e i tre bassorilievi all'antica furono modellati invece da Bartolomeo Conti. I cinque putti negli ottagoni, gli uccelli e gli animali fantastici ed esotici furono dipinti dallo stesso Campi. Alle pareti sono dipinti otto episodi tratti dall'Eneide di Virgilio. Le scene furono disegnate ed eseguite in parte dal pittore cremasco Carlo Urbino. Sulle quattro mensole negli angoli erano posti busti antichi, mentre la parte bassa delle pareti, in cui oggi resta un camino in pietra di paragone, era rivestita da un prezioso intarsio di marmi.


Attraversato il breve Corridoio d'Orfeo, decorato da un epigono di Carlo Urbino con quattro scene tratte dal mito del celebre musicista e coperto da una graziosa volta a cassettoni, si giunge nell'ambiente più ampio del palazzo la Sala degli Specchi. Nelle pareti lunghe si alternano finestre, corniciate da composizioni di trofei e armi, a quattro riquadri con paesaggi che rappresentano altrettante scene del mito di Paride. Negli archi delle pareti corte vi erano posti specchi in vetro veneziano a lato dei quali vi erano porte in legno di noce, come attesta l'unica dipinta. Sulle mensole che sovrastano le porte erano posti busti antichi. I bassorilievi sopra le finestre con scene di vita romana furono modellati dallo stuccatore Bartolomeo Conti, mentre i grandi paesaggi vennero dipinti da un pittore fiammingo proveniente dai cantieri farnesiani, forse Jan Soens. I cinque vani del soffitto in legno policromo erano un tempo occupati da tele dipinte, probabilmente rimosse durante le confische austriache della seconda metà del Settecento.


Nella Sala degli Specchi si apre il Camerino delle Grazie, un delizioso ambiente con destinazione privata mirabilmente decorato dal Fornarino. Le pareti, dipinte a grottesche, presentano al centro figure mitologiche: Apollo, le tre Grazie, Diana efesina e Venere con Cupido. Tutt'attorno si trovano, a comporre elaborate cornici, sfingi, capricciosi putti, satiri e uccelli appollaiati su fragili fiori. La volta in stucco, un tempo dorata, ospita al centro tra girali vegetali, la testa di Medusa.
A lato una piccola scala a chiocciola con alle pareti un intreccio d'edera conduce in un altro camerino privato, posto sotto a quello delle Grazie, dedicato a Venere.


Del giardino all'italiana, visibile attraverso le finestre della Sala degli Specchi, oggi rimangono soltanto le tre grotte a nicchia e, all'interno di quella centrale, un bacile marmoreo a conchiglia. Il parterre era composto da due viali che si intersecavano al centro dove era collocata una fontana. Essa era coperta da un tempietto in legno con cupola rivestita di rame. Le aiuole erano bordate da basse siepi di bosso e lungo i viali, nel 1590, il duca fece mettere colonne in rovere tramezzate da gelosie su cui si arrampicavano tralci di vite e gelsomini profumati. Nelle nicchie della facciata posta verso il giardino si trovavano sculture antiche. Nel corso del Seicento fu trasformato in ortaglia e le strutture che lo arredavano furono smantellate.
Il palazzo conserva ancora oggi la sua dimensione intima e, attraverso il prezioso apparato decorativo, testimonia la continua ricerca del principe di una forma di vita contemplativa.

 

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